E dopo il Covid che ne sarà dell'industria italiana?

2020/06/24

• I dati sanitari fanno tremare le vene e i polsi. A metà aprile si contano quasi 140 milioni di contagiati al mondo dall'inizio della pandemia e oltre 3 milioni di morti

• L'industria italiana del post pandemia tra resilienza e voglia di riscatto. Gli studi e le analisi di Confindustria e Forum Ambrosetti

Quando il Covid-19 ci avrà lasciato, e l'emergenza sanitaria sarà finita, come sarà l'industria italiana? Sull'industria manifatturiera italiana e mondiale si è abbattuto uno tsunami dagli esiti imprevisti e, per certi versi, ancora imprevedibili.

I dati sanitari fanno tremare le vene e i polsi. A metà aprile si contano quasi 140 milioni di contagiati al mondo dall'inizio della pandemia e oltre 3 milione di morti. I tragici numeri italiani li conoscete tutti.

Nel volume “Il Coraggio del Futuro. Italia 2030-2050”, Confindustria configura un’idea precisa del nostro Paese, di come è oggi e di come potrebbe diventare in futuro. Si tratta di un progetto che fa sue le grandi direttrici di trasformazione su scala globale, il cambiamento climatico, l’impatto delle tecnologie sul lavoro, i mutamenti della globalizzazione, le tendenze demografiche.

I cardini di riferimento sono due. Primo, la nostra collocazione nell’Unione europea in una fase in cui l’Europa sembra decisa a prendere in mano il suo destino. Secondo, la centralità dell’industria per le sorti del Paese.

L’Unione europea destina risorse importanti, per la prima volta definite anche con un indebitamento fiscale comune, per riparare i danni di una emergenza senza precedenti e per modellare il futuro economico del Vecchio Continente.

I prodotti manifatturieri rappresentano il 98% delle esportazioni di beni italiani e l'80% di quelle totali (compresi i servizi). Le nuove dinamiche della globalizzazione richiederanno un forte posizionamento delle imprese italiane nelle filiere europee, nell’ambito sia della riorganizzazione globale delle produzioni post-Covid, sia dei programmi di sviluppo Ue dal Green Deal alla Digital Europe. Occorre un raccordo migliore tra imprese medie e grandi, depositarie di più competenze e tecnologie, ed imprese piccole, partner indispensabili e flessibili a monte e a valle delle filiere.

Il settore manifatturiero è anche la principale fonte di investimenti tecnologici, quindi il motore della crescita della produttività a lungo termine per l’economia italiana. Nel 2017, il 51,3% degli investimenti lordi in R&S proveniva dal settore manifatturiero, ben al di sopra del contributo dei servizi ad alta intensità di conoscenza (30,8%).

Più investimenti tecnologici, più innesti di competenze tecniche e manageriali nelle aziende, ed una dedizione alla crescita della dimensione d’impresa e della produttività sono le chiavi. Con queste premesse, il piano di Confindustria si pone l’obiettivo di una transizione economica ed ecologica che riconduca l’Italia su un sentiero di sviluppo significativo e sostenibile, con una crescita reale del Pil non inferiore a regime all’1,5 percento medio annuo.

Sul destino della manifattura italiana si è pronunciato a inizio settembre anche l'annuale Forum The European House Ambrosetti a Cernobbio. Gli elementi caratterizzanti dell’industria italiana del futuro saranno la sostenibilità delle produzioni, la digitalizzazione e l'innovazione tecnologica, l'Industria 4.0, la ricerca, le infrastrutture, la localizzazione delle produzioni, le nuove strategie di internazionalizzazione e tanti, tantissimi investimenti.

Per rendere possibile questo nuovo miracolo italiano, rimarca il Forum Ambrosetti, ci sono due "fattori abilitanti": l'evoluzione del sistema della formazione, l'evoluzione tecnologica.

L’Italia ha, segnala ancora Forum Ambrosetti, un problema di visione, nel senso che è fra le nazioni al mondo con la più alta differenza tra percezione interna e percezione esterna, ovvero tra l’immagine che hanno gli italiani del loro Paese e l’immagine invece che hanno dell’Italia all’estero (siamo terzi nel mondo, dopo Brasile e Sudafrica).

I settori prioritari su cui puntare, scommette Forum Ambrosetti, sono Agroalimentare (valore aggiunto pari a 30 miliardi di euro, export a 37,8 miliardi, numero di occupati 472mila 700 e numero di imprese pari a 56mila 757), Moda (valore aggiunto 24,1 miliardi, export 63,9 miliardi, numero di occupati 521mila 416 e numero di imprese 66mila 511), Arredo/design (valore aggiunto 20,7 miliardi, numero di occupati 536mila, numero di imprese 273mila 286), Aerospazio (valore aggiunto 4,5 miliardi di euro, export pari a 5,8 miliardi, numero di occupati 45mila735 e numero di imprese 180), Life Sciences (fatturato pari a 55,1 miliardi, 6 miliardi di euro di investimenti in R&S, numero di occupati pari a 155mila 850 e numero di Imprese 4mila 889), Automazione e robotica (fatturato pari a 5,1 miliardi di euro ed export pari a 1,35 miliardi).

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